Se bazzichi il mondo delle carte da abbastanza tempo, le avrai sentite chiamare “le carte bannate”: Misty nuda, il Grimer guardone, Sabrina col dito medio. Titoli acchiappaclick perfetti, con un piccolo problema: quasi nessuna di queste carte è mai stata davvero bannata.
Facciamo subito chiarezza, perché è la distinzione che separa chi ripete le leggende da chi le conosce davvero. “Bannata” significa vietata nel gioco organizzato: non puoi metterla nel mazzo a un torneo. “Censurata” significa che l’illustrazione fu modificata nel passaggio dal Giappone all’occidente. Ecco: le carte famose di cui parliamo oggi sono quasi tutte del secondo tipo — ridisegnate, ritoccate, ripulite — e perfettamente legali da giocare. Con una sola, clamorosa eccezione, che ha tenuto un Pokémon fuori dal gioco per vent’anni. Ci arriviamo alla fine.
Prima, il tour delle censure più assurde. Allacciati la cintura.
Jynx, il caso più serio di tutti
Partiamo da quella che non è una storiella divertente ma un caso culturale vero. Jynx nasce con la pelle nera, labbra enormi e chioma bionda, e nel gennaio 2000 la scrittrice afroamericana Carole Boston Weatherford pubblica un articolo destinato a fare rumore: quel design, scrive, ricalca la blackface e gli stereotipi razzisti dei personaggi neri dei cartoni anni ’40 (il paragone che usò fu con “Little Black Sambo”). La polemica esplose dopo che vide l’episodio natalizio dell’anime “Holiday Hi-Jynx”.
Le conseguenze furono a cascata, e toccarono tutto il franchise. Game Freak ricolorò la pelle di Jynx in viola, prima negli sprite occidentali di Oro/Argento e Cristallo e poi ovunque, Giappone compreso, dall’era Rubino/Zaffiro. Nell’anime, “Holiday Hi-Jynx” e “The Ice Cave!” sparirono dalle trasmissioni internazionali. E nel TCG cinque diverse stampe (dal Base Set alla Legendary Collection) passarono al design viola.
Chicca cronologica per fare i fenomeni alle serate carte: nel TCG inglese Jynx era già viola nel Base Set del 1999, cioè prima che scoppiasse la polemica pubblica — la Wizards of the Coast aveva giocato d’anticipo. E paradossalmente un paio di set successivi (Neo Revelation, Aquapolis) uscirono in inglese con Jynx ancora nera, perché il Giappone non aveva ancora completato il redesign. Le censure, a volte, viaggiano in ordine sparso.
Koga’s Ninja Trick, ovvero: quello non è il simbolo che pensi
Nella carta giapponese del 2000, tra il fumo giallo della tecnica ninja di Koga, compare un manji (卍): un simbolo buddhista antichissimo che rappresenta armonia ed equilibrio, comunissimo in Giappone (sulle mappe indica i templi). Peccato che, agli occhi occidentali, quel simbolo ricordi maledettamente quello di un certo pazzoide baffuto con manie di grandezza — che tra l’altro il simbolo lo aveva rubato, ruotandolo, proprio alle culture orientali.
Le bustine giapponesi importate finirono nelle mani dei bambini americani, i genitori insorsero, intervenne perfino l’Anti-Defamation League, e Nintendo dichiarò la carta “discontinued in all territories”. L’artwork fu corretto sia per l’estero sia nelle ristampe giapponesi. Il finale della storia è la parte più interessante: la versione originale col manji, mai arrivata ufficialmente in occidente, oggi è uno dei pezzi da collezione più ricercati dell’era Gym.
E per gli amanti dei paradossi: un’altra carta dell’epoca, Secret Mission, mostrava una mappa della Polonia occupata durante la Seconda guerra mondiale. Quella non la toccò nessuno.
Misty’s Tears, la “carta proibita” per eccellenza
La regina indiscussa delle liste “banned”. Nella versione giapponese del 1998, illustrata nientemeno che da Ken Sugimori (sì, quel Sugimori), Misty è ritratta di spalle, nuda, in lacrime accanto al suo Starmie — nella sensibilità giapponese un’immagine di pura vulnerabilità e innocenza, per gli standard occidentali dell’epoca impensabile su una carta per bambini. Risultato: in occidente l’artwork fu completamente sostituito con un primo piano del volto in lacrime.
Fu bannata dai tornei? No. Mai. Fu ridisegnata e basta. Ma la leggenda della “carta proibita di Misty” era troppo bella per morire, e infatti è viva e vegeta ancora oggi — con l’originale giapponese che nelle aste in condizioni perfette supera tranquillamente i mille euro. La censura, nel collezionismo, è il miglior ufficio marketing che esista.
Arcade Game, quando il problema era la ludopatia
La carta giapponese si chiamava letteralmente “Slot Game” e mostrava la sala slot del Game Corner in tutto il suo splendore da casinò. Per l’uscita occidentale in Neo Genesis cambiò nome in “Arcade Game” e l’inquadratura fu zoomata su una singola macchina, cancellando l’ambiente da sala giochi d’azzardo (stessa sorte per la gemella Card-Flip Game). Noi poveri bambini andavamo protetti dalla tentazione di sperperare la paghetta, evidentemente.
Il bello è che questa censura è l’antipasto di una storia molto più grande che i giocatori conoscono bene: i Game Corner sono stati progressivamente rimossi anche dai videogiochi. In Europa le slot smisero di funzionare da Pokémon Platino (2009), per adeguarsi alle linee guida PEGI sul gioco d’azzardo, e da HeartGold/SoulSilver furono sostituite fuori dal Giappone dal minigioco Voltorb Flip. Chi ha giocato Diamante Lucente e Perla Splendente avrà notato che ad Amarantopoli, dove c’era il casinò, oggi c’è un negozio di accessori. Un’era finita, iniziata proprio da quella carta.
Moo-Moo Milk, il latte del disagio
Illustrazione giapponese di Tomokazu Komiya: un Sentret che poppa avidamente da una mammella di Miltank tenuta da un allevatore. Immagine bucolica in Giappone, “ehm, forse no” in occidente: nella versione internazionale fu sostituita con delle tranquillissime bottiglie di latte in una stalla (e un Cleffa che sbircia).
Il dettaglio che pochi sanno: il Giappone stesso, nelle ristampe successive, adottò l’artwork censurato occidentale. Quando anche il paese d’origine ti “censura” retroattivamente, forse un ripensamento c’era stato davvero.
Grimer, lo sguardo incriminato
Carta del set Team Rocket giapponese (1997), illustrata da Kagemaru Himeno: Grimer emerge da un tombino mentre una studentessa passa lì accanto, e il suo sguardo punta… verso l’alto. Esattamente dove non dovrebbe. Nella versione occidentale gli occhi di Grimer furono ridisegnati per guardare dritto davanti a sé — con un effetto finale leggermente strabico che è quasi più inquietante dell’originale.
Himeno ha sempre negato ogni intenzione maliziosa (ed è poi diventata una delle illustratrici più amate e prolifiche del franchise, quindi la cosa non le ha portato male). Curiosità bonus per i giocatori: nel passaggio cambiò anche l’effetto della mossa — il Poison Gas giapponese avvelenava, quello inglese addormenta. Censura grafica e nerf, doppietta rara.
Sabrina’s Gaze, il dito della discordia
Primato storico: è la prima carta in assoluto ad aver ricevuto un artwork completamente rifatto per il mercato occidentale. Nella versione giapponese Sabrina tiene la mano in una posa che, a uno sguardo occidentale malizioso, sembra un dito medio rivolto a chi guarda. Non lo era — è un gesto a due dita in stile mistico/ninja — ma Wizards of the Coast decise che il rischio di genitori inferociti non valeva la candela, e in Gym Heroes l’artwork fu ridisegnato da zero: Sabrina che lancia una Poké Ball coi poteri psichici, tutti sereni.
A te e tu sorella, insomma, ma solo in Giappone.
Sabrina’s Gengar, il cimitero sconsacrato
Chiudiamo il giro del carosello con la censura più silenziosa: nella versione giapponese Gengar si aggira in un cimitero con tanto di lapidi e croci. Nella versione occidentale le croci sono sparite, lo sfondo è diventato un’indistinta foschia notturna. Niente ridisegno completo stavolta: solo una “pulizia” mirata.
Il motivo è una delle policy meno conosciute e più sistematiche dell’epoca: Nintendo of America vietava i riferimenti religiosi reali (croci, simboli sacri, divinità) nei suoi prodotti. Non era questione di paura dei fantasmi — in TV in quegli anni giravano serie ben più macabre — ma di non mescolare mai il brand con la religione. Stessa policy che nei videogiochi dell’epoca trasformava chiese in “torri” e toglieva croci da ogni dove.
E poi c’è Kadabra: l’unico vero ban, e non per colpa sua
Tutto quello che hai letto finora è censura. Questo è il ban vero, e la storia è così assurda che sembra inventata.
Kadabra è dichiaratamente un omaggio ai sensitivi da palcoscenico: impugna un cucchiaio piegato, e il suo nome giapponese — Yungerer — suona pericolosamente simile a “Uri Geller”, il celebre illusionista israeliano famoso proprio per piegare cucchiai “con la mente”. A Geller la cosa non fece ridere per niente: nel novembre 2000 fece causa a Nintendo chiedendo decine di milioni, sostenendo di non aver mai autorizzato l’uso della sua identità (e prendendosela in particolare con la carta “Dark Kadabra” del set Team Rocket, il “Geller malvagio”).
La causa la perse. Ma il danno era fatto: The Pokémon Company, per non rischiare altre grane legali, smise semplicemente di stampare Kadabra. Ultima carta nel set Skyridge, era 2003. Poi il nulla: per circa vent’anni la linea evolutiva più iconica del tipo Psico rimase monca, con Abra che nel TCG evolveva direttamente in Alakazam e Kadabra sparito perfino dall’anime.
Il lieto fine arriva il 28 novembre 2020, quando Geller — ammorbidito dalle lettere dei fan e, pare, dalle nipoti — pubblica delle scuse pubbliche: “Sono davvero dispiaciuto per quello che ho fatto vent’anni fa. Rimuovo il ban”. Kadabra è ufficialmente tornato nel set Pokémon 151 del 2023, ricomponendo finalmente la famiglia Abra-Kadabra-Alakazam. Unico Pokémon della storia bannato non da Nintendo, ma da un mago piegacucchiai.
Bonus: il parente famoso dell’anime
Nessun discorso sulle censure Pokémon è completo senza citare il caso più estremo di tutti, che non riguarda una carta ma un episodio: “Dennō Senshi Porygon”, trasmesso in Giappone il 16 dicembre 1997 e mai più replicato in nessun paese del mondo. Una sequenza di lampi rossi e blu ad alta frequenza causò malori e crisi fotosensibili in centinaia di piccoli spettatori (685 finirono in ospedale), l’anime si fermò per quattro mesi e l’episodio fu bandito per sempre.
L’ingiustizia cosmica? La sequenza incriminata era un attacco di Pikachu. Ma a pagare per tutti fu Porygon, che da allora è praticamente sparito dall’anime. Come ammise scherzando perfino l’account ufficiale Pokémon anni dopo: “Porygon did nothing wrong”. E come abbiamo visto i problemi causati da questo evento hanno portato anche dei benefici.
Morale della storia (e portafoglio)
Le censure raccontano più di quanto sembri: dicono cosa faceva paura a un’epoca — il razzismo percepito, i simboli religiosi, l’azzardo, un nudo innocente — e come lo stesso franchise abbia attraversato due culture diverse facendo lo slalom tra le sensibilità di entrambe.
E per noi collezionisti c’è un epilogo golosissimo: le versioni giapponesi originali, quelle non censurate, oggi valgono quasi sempre molto di più delle controparti ripulite. La Koga’s Ninja Trick col manji può valere anche trenta volte la ristampa corretta; la Misty’s Tears originale gradata alta viaggia su cifre a quattro zeri. Occhio solo alle inserzioni: molti vendono le ristampe giapponesi corrette spacciandole per le originali, quindi prima di spendere controlla sempre l’artwork.
Se ti capita una di queste tra le mani a una fiera o in una collezione ereditata, insomma, non è “una carta strana”: è un pezzo di storia del gioco. E adesso sai anche raccontarla..
— I Broski