C’è un Pokémon che non è nato da un uovo, non vive in un’erba alta e non aspetta nessun allenatore. È nato in una vasca di laboratorio, da un frammento di Mew e da un progetto umano. E la prima domanda che si è fatto aprendo gli occhi non è stata “dove sono?”, ma qualcosa di molto più pesante: chi sono io?
Se conosci Mewtwo solo come “il leggendario fortissimo di prima generazione”, preparati: la sua storia è uno dei racconti più adulti e malinconici che il mondo Pokémon abbia mai prodotto. E — piccola anticipazione — la versione che abbiamo visto noi in occidente non è esattamente quella pensata dai suoi autori.
Prima del film c’era una voce alla radio
Partiamo da una chicca che in pochi conoscono. Nell’estate del 1998, nelle cinque domeniche prima dell’uscita del primo film nei cinema giapponesi, andò in onda un dramma radiofonico in cinque puntate: La nascita di Mewtwo (Myūtsū no Tanjō), scritto da Takeshi Shudō, lo sceneggiatore storico della serie. Mai doppiato, mai tradotto ufficialmente, troppo cupo per l’occidente.
È lì che la storia comincia davvero. Il Dottor Fuji è uno scienziato brillante che ha perso la figlia, Amber, in un incidente. Il dolore lo consuma al punto da spingerlo oltre ogni limite etico: vuole clonarla, riportarla in vita. Gli servono fondi, e i fondi arrivano da Giovanni, il capo del Team Rocket, che in cambio vuole un’altra cosa: una copia potenziata di Mew, il Pokémon più raro al mondo, da usare come arma. Da un frammento fossile di Mew ritrovato nella giungla nasce così il progetto Mewtwo.
Due ossessioni umane, una sola creatura: il desiderio di riportare indietro ciò che è perduto e il desiderio di dominare ciò che è vivo. Mewtwo nasce esattamente in mezzo.
Il prologo che l’occidente non vide
Il film giapponese, nelle sue versioni estese, si apre con circa dieci minuti che da noi furono tagliati quasi del tutto: Le origini di Mewtwo. Ed è probabilmente la sequenza più struggente dell’intera saga.
Nel laboratorio, il giovane Mewtwo cresce in una vasca, in uno stato di dormiveglia. E non è solo: telepaticamente parla con gli altri cloni dell’esperimento — un Bulbasaur, un Charmander, uno Squirtle — e soprattutto con Ambertwo, il clone di Amber, la figlia di Fuji. È lei a insegnargli cosa significhi esistere: il vento, il sole, le lacrime. Poi, uno dopo l’altro, i cloni iniziano a svanire. Gli esperimenti falliscono. E infine svanisce anche Ambertwo, che se ne va dicendo a Mewtwo che la vita è meravigliosa.
Il dolore di Mewtwo è così devastante che rischia di mandare in tilt il laboratorio. Fuji lo seda, e la sedazione gli cancella la memoria. Ecco perché, nel film, Mewtwo si risveglia “vuoto”, senza capire chi sia: il suo trauma originario gli è stato tolto insieme ai ricordi. Ed ecco perché — dettaglio che a questo punto fa male — nel torneo di New Island i suoi cloni prediletti sono proprio un Charizard, un Blastoise e un Venusaur: le forme evolute dei suoi amici d’infanzia perduti.
Perché fu tagliato? Troppo cupo, si disse: la morte di una bambina non era materiale da film per ragazzi. Il doppiaggio inglese della sequenza esisteva già, ma fu accantonato; il corto completo riemerse solo anni dopo come contenuto extra nel DVD di Mewtwo Ritorna.
Il contrattacco (non l’attacco) di Mewtwo
Il titolo giapponese del primo film è Myūtsū no Gyakushū: “il contrattacco di Mewtwo”. Non è una sfumatura da poco. Nell’originale, Mewtwo lo dice esplicitamente: la sua non è una dichiarazione di guerra al mondo, è una risposta a chi lo ha creato senza chiedergli il permesso, per usarlo.
Quando si risveglia e capisce di essere considerato un esperimento riuscito — un prodotto — distrugge il laboratorio. Giovanni lo raccoglie, gli promette uno scopo, lo chiude dentro un’armatura che ne “contiene” i poteri e lo usa come arma da palestra. Quando Mewtwo chiede quale sia il suo posto nel mondo, la risposta di Giovanni è gelida: sei stato creato dagli umani per servire gli umani. Per Giovanni, Mewtwo non è una vita. È uno strumento. Un’arma. Una proprietà.
Il resto lo conosci: la fuga, New Island, il finto invito agli allenatori, i cloni contro gli originali, Ash pietrificato e riportato in vita dalle lacrime dei Pokémon. Ma è nel confronto con Mew che il film cala il suo vero tema.
Mew e Mewtwo: originale e copia
Lo scontro tra Mew e Mewtwo non è (solo) una battaglia tra mostri leggendari: è uno scontro sull’identità. Se Mewtwo nasce da Mew, vale meno di Mew? Se è artificiale, è meno vero? Se è stato creato dall’uomo, ha meno diritto di vivere?
E qui arriva la parte che pochissimi conoscono: nella versione giapponese, Mew non è il pacifico messaggero di armonia che ricordiamo. È lui a sostenere che solo gli originali sono “veri” e che le copie non potranno mai prevalere. Una posizione quasi crudele, che rende lo scontro filosoficamente molto più interessante: non c’è un buono e un cattivo, ci sono due visioni del mondo che collidono. Il film mostra l’assurdità dell’idea stessa di superiorità: originale o copia, naturale o artificiale, ogni essere soffre, sceglie, combatte, desidera vivere.
La censura che cambiò tutto
Quando il film attraversò l’oceano, la 4Kids Productions — su pressione anche del distributore, che voleva “buoni e cattivi chiaramente riconoscibili” — riscrisse pesantemente i dialoghi. Il presidente della 4Kids, Norman Grossfeld, riteneva che il pubblico americano avesse bisogno di un cattivo “chiaramente malvagio”, non di una creatura moralmente ambigua. Risultato:
Il Mewtwo occidentale diventa un aspirante dominatore del mondo. Quello giapponese non lo è mai stato: è un’anima in crisi esistenziale che “contrattacca” i suoi creatori. Il messaggio del film passa da “ogni vita ha valore, comunque sia nata” a un generico “combattere è sbagliato” — che detto in un franchise costruito sulle lotte Pokémon fa un po’ sorridere. Perfino Mew viene ribaltato: da orgoglioso difensore della superiorità degli originali a predicatore di pace.
E la battuta più famosa del film — “le circostanze della propria nascita sono irrilevanti; è ciò che fai con il dono della vita a determinare chi sei” — è, sorpresa, un’invenzione del doppiaggio. Bellissima, per carità: è diventata il manifesto del personaggio. Ma nell’originale Mewtwo resta più ambiguo e più malinconico fino alla fine: sceglie di andarsene con i suoi cloni, dicendo che vivranno da qualche parte nel mondo. Nessuna morale confezionata: solo una vita che si prende, finalmente, il diritto di esistere alle proprie condizioni.
Curiosità nella curiosità: lo sceneggiatore Shudō ebbe una libertà creativa insolita per quel film. Nei mesi della produzione l’azienda era travolta dalla gestione del famigerato “Pokémon Shock” (l’episodio di Porygon che nel dicembre 1997 causò malori in centinaia di bambini giapponesi, con conseguente sospensione della serie), e nessuno ebbe il tempo di “ammorbidire” il suo copione. A volte i capolavori nascono anche così.
Mewtwo Ritorna: la guarigione
La storia del primo Mewtwo non finisce a New Island. Nello speciale Mewtwo Ritorna (2000) lo ritroviamo nascosto sul Monte Quena con i suoi cloni, ancora convinto di non appartenere a questo mondo: “Loro sono nati qui. È la loro casa. Noi no. Ma allora, dov’è il nostro posto?”
Giovanni lo rintraccia e tenta di riprenderselo. Ma il momento chiave è un altro: Mewtwo, ferito, viene immerso nelle acque curative del lago della montagna. E l’acqua lo guarisce, esattamente come guarisce qualsiasi altro Pokémon. È un dettaglio minuscolo e enorme insieme: la natura non fa distinzioni tra nato e creato. Se il mondo lo cura, allora il mondo è anche casa sua.
È qui che l’arco si chiude davvero: Mewtwo decide che lui e i suoi cloni sono degni di vivere, protegge il lago, cancella la memoria solo a Giovanni e ai suoi uomini — e ad Ash, che stavolta può ricordare, lascia un congedo che vale tutto il percorso: “Ti ricorderò sempre.” Da creatura che contrattacca a essere che sceglie di ricordare e di essere ricordato.
Aspetta: quale Mewtwo?
Piccolo colpo di scena per i più attenti. Il Mewtwo di Genesect e il risveglio della leggenda (2013) — quello con la voce femminile e la Megaevoluzione Y — non è lo stesso dei primi film. È un secondo individuo, con una storia simile (creato, torturato, in fuga) ma distinto. E il motivo è quasi più curioso della cosa in sé: come raccontato da uno dei produttori, i diritti sul Mewtwo “di Shudō” appartenevano all’eredità dello sceneggiatore, scomparso nel 2010, e per il nuovo film si scelse legalmente di creare un individuo diverso. Quando nel 2019 arrivò il remake in CGI Mewtwo colpisce ancora – L’evoluzione, The Pokémon Company dovette acquisire i diritti della sceneggiatura proprio dal patrimonio di Shudō, il cui nome apre i titoli di coda.
Il Mewtwo originale, intanto, è tornato a farsi vedere nella serie Esplorazioni Pokémon (2020), con la stessa voce giapponese di sempre — il grande Masachika Ichimura, che lo interpreta dal 1998 — a fare quello che ormai gli riesce meglio: proteggere chi, come lui, è stato usato dagli umani.
La morale (quella vera)
Mewtwo è nato nell’era della pecora Dolly, quando il mondo si interrogava sulla clonazione, e la sua storia è il Frankenstein del mondo Pokémon: la creatura che chiede conto al creatore. Ma dove il mostro di Mary Shelley finisce nella tragedia, Mewtwo trova un’altra strada.
Non è l’origine a stabilire il valore di una vita. Non conta se sei nato naturalmente o in laboratorio, se sei originale o copia, se qualcun altro ti ha creato per uno scopo. Conta cosa scegli di diventare. Mewtwo non è il cattivo: è una vita che rivendica il diritto di essere riconosciuta.
E forse è per questo che, a più di venticinque anni di distanza, continua a essere il leggendario più amato di sempre: perché la sua domanda — chi sono io, al di là di come sono nato? — prima o poi ce la facciamo tutti..
— I Broski